A Dog

for Paula and Theo

 

A dog is a judge.
You cannot lie to a dog.
Even when you do not speak
a dog can hear you.

Like the house you grew up in,
or the concrete shed
on the windy side of school,
dogs have no time
for who you think you are
or plan to become.
They exist in the world
of the moment.
Hours, days and years
mean nothing to a dog.

Like that overgrown plant
out the back, or the shirt
upstairs still in its Christmas wrapping
seven months on, a dog
is always waiting
for your return.

Then it’s the soul of the universe,
its eyes are twin black holes
drawing in and pouring out
primordial stuff. Hearts
are broken and remade
with one look from a dog.

And there is nothing in its power
a dog would not do, if it could,
for the one who shows it kindness,
stick–chasing and dancing,
lifting the regal paw, melting
like slush over the kitchen floor
to sleep the one–eye–open
finding–the–right–position–still
sleep of the just.

Yet it is one of the great sorrows
with which we humans must contend
that dogs can report so little
though they see so much.

What we would know
of the world, of existence itself,
if only we could converse with them,
these friends who learned to bark
to assuage our loneliness,
these damp–smelling angels
who suffer our moods and our scoldings
and still, in the end —
the table cleared and lights turned off —
who lead us out one final time
to stand in the darkness
and wait, looking up
like shepherds beneath
the canopy of the stars.

Un cane

per Paula e Theo

 

Un cane è un giudice.
A un cane non si può mentire.
Anche quando non parli
un cane può sentirti.

Come la casa in cui sei cresciuto,
o la baracca di cemento
sul lato ventoso della scuola,
i cani non hanno tempo
per chi credi di essere
o progetti di diventare.
Loro esistono nel mondo
del momento.
Ore, giorni e anni
non significano nulla per un cane.

Come quella pianta cresciuta a dismisura
fuori sul retro, o la camicia al piano si sopra
ancora incartata da Natale
dopo sette mesi, un cane
sta ancora aspettando
il tuo ritorno.

Poi è l’anima dell’universo,
i suoi occhi sono buchi neri gemelli
che aspirano ed eruttano
materia primordiale. Cuori
sono stati spezzati e riparati
dall’unico sguardo di un cane.

E non c’è nulla in suo potere
che un cane non farebbe, se potesse,
per quello che si mostra gentile,
inseguire un bastone e danzare,
sollevare la zampa regale, sciogliersi
come neve sul pavimento in cucina
per dormire con-un-occhio-aperto
trovare-la-giusta-posizione-ancora
il sonno del giusto.

Eppure uno dei grandi dolori
che noi umani dobbiamo affrontare
è che un cane possa riferire così poco
nonostante veda così tanto.

Che cosa non sapremmo
del mondo, dell’esistenza stessa,
se solo potessimo conversare con loro,
questi amici che hanno imparato ad abbaiare
per alleviare la nostra solitudine,
questi angeli odorosi di umido
che soffrono umori e sgridate degli umani
e ancora, alla fine –
con la tavola pulita e le luci spente –
ci guidano fuori un’ultima volta
a stare in piedi nel buio
e aspettare, guardando
come pastori dietro
la calotta delle stelle.

Pat Boran, da La prossima vita, Edizioni Kolibris 2014.

Traduzione di Chiara De Luca