Gli sport cinofili

Gli sport cinofili sono una grande invenzione. Poi, come per molte grandi invenzioni, l’uomo è riuscito a rovinare, corrodere e strumentalizzare un po’ tutto a fini egoistici e materialistici.

Io ho un debole per il “lavoro”, quello dei cani da mantrailing in primis, quelli da soccorso in acqua, da ricerca su macerie, protezione civile, quello dei cani guida, pet therapy, per dirne alcuni. Almeno idealmente, queste attività mi sembrano realizzare il perfetto compromesso tra attitudine del cane e “utilità” umana non egoistica cui valga in alcuni casi anche la pena sacrificare un po’ della libertà animale. Almeno idealmente. Più di tutti però mi affascinano i cani di pastore e quelli da caccia al lavoro, perché non c’è nulla di artefatto nel loro gesto e c’è molta intelligenza istintiva, cinestetica e adattativa nel loro agire, oltre, o prima ancora di quella funzionale. Sempre che siano portati, come il border-genio del video qui sotto. Anche un cieco vede come quel che stanno facendo ce l’abbiano dentro. Ecco, magari abolirei la caccia in quanto tale, la terrei solo per il cane, in forma di simulazione, senza sparare a nessuno. Ma tu vallo a dire ai cacciatori che non devono sparare. Lo puoi solo pensare, come fanno gli idealisti, che di solito non spostano una virgola nell’universo, ma nemmeno nella loro stanza. E poi caccia e pastorizia verranno un giorno del tutto rimpiazzate dagli allevamenti intensivi… e qui si apre una voragine etica in cui il silenzio degli animali ci sbrana.

Negli sport cinofili, tra i cani che si divertono di più vedo quelli da agility, e quelli che in generale fanno cose da cani: correre, saltare, mordere, cercare, sniffare, abbaiare.

Anche i cani da UD hanno gli occhi da pazzo di chi si diverte un sacco, un po’ meno lo spettatore se non è tanto incline al passo dell’oca e alle urla da beduino. Comunque: se fai astrazione da certe simpatiche derive della coreografia bipede, cui ci si abitua pure, il cane è un bel vedere. Io però in generale preferivo guardare gli allenamenti che le gare, perché nel cane non c’è quella tensione di cui l’umano lo contagia.

A me pare solo che in cinofilia, se così ancora si può chiamare, si stia esagerando. La corsa esasperata alla produzione di cani performanti – pur servendosi a spesso a sproposito di termini curiosi come amore, binomio, rapporto – non si può guardare. Come i cuccioli messi sotto a due mesi con l’addestramento quando dovrebbero solo andarsene a sniffare in giro ed esplorare il mondo. È chiaro che alcuni finiranno pure con l’essere contenti e assorbiti da quello che fanno, perché non conoscono altro, perché vengono condizionati fin dalla nascita a fare quello. La corsa ad accoppiare campione X campione, la corsa ad accaparrarsi il cucciolo del campione X campione con la speranza di farne un campione da accoppiare con un altro campione per sfornare un campione ancora più campione del campione originario. L’accumulazione di cani fino a trovare quello che funziona e che vince… e allora sì che è vero amore, allora sì che è un rapporto speciale, un binomio micidiale, che tu misero mortale col cane inutile non potrai mai capire. Ne deriva che il cane schiappa finisce in panchina – sempre che un cane schiappa esista, e non siano schiappe gli umani che ritengano tale un cane poco performante, che non gli dà soddisfazione. Sempre che la vera soddisfazione sia vincere. E non affrontare piccole sfide insieme.

Al cane ho idea che non serva la competizione. Il cane se ne fotte di essere performante. Semmai ci arriva naturalmente se ne ha le doti e se il conduttore è in gamba. Il cane ha solo bisogno di muoversi e d’impegnarsi mente e corpo, di sentirsi utile, ma non ha la percezione dell’utilità di una vittoria o di un punteggio alto. E poiché non è che tutti possano tenersi un gregge in giardino, spesso neppure tenere un giardino, alcuni sport cinofili potrebbero essere un buon compromesso per non lasciare il cane sul divano. Solo che la cinofilia è talmente chiusa, talmente esclusiva, talmente concentrata sull’aspetto performativo dello sport e sull’affermazione individuale, che i comuni proprietari, che sono anche la maggioranza dei proprietari di cani, continuano a non saperlo, e a non immaginare neppure che gli sport cinofili esistano, e che esista la cinofilia. Beati loro.

La competizione è semmai necessaria alla selezione. Anche se non mi spiego granché la selezione mirata alla “produzione” di cani perfomanti in agility e obedience quando stiamo parlando di razze di cani da pastore. Vista da qui pare più una selezione mirata alla coppa e alla medaglia, che alla salvaguardia della caratteristiche di razza. Ma va bene è un limite della mia comprensione, e nel mondo ci sono tanti problemi più gravi e lo sfascio è ormai evidente in tutti i settori. In ogni caso credo che in un mondo utopico e ideale la selezione dovrebbe essere un po’ più naturale, un po’ meno esasperata. La competitività è degli umani, e non andrebbe confusa con il benessere del cane. Ma neppure la competizione, dicono, sarebbe un male in sé, se solo restasse nei confini dell’equilibrio e della coerenza di cui un animale necessita. Peccato che questo sia molto difficile per la natura stessa dell’ambizione umana, che di solito si autoalimenta fino alla dismisura.

Il male è sempre l’eccesso, l’esagerazione, il fanatismo. E di questo tanto se ne vede. Diciamo che si è manifestato in tutto il suo fulgore in occasione della morte di Davide Lobue: in pochi – tra le consuete fazioni opposte di animalisti misantropo-estremisti, cagnari talebani, paladini disneyani degli angeli pelosi, aspiranti sterminatori di cani, canofili di mestiere e cinofili di professione – hanno guardato ai cani e agli umani coinvolti. La maggior parte si è fissata sul proprio ombelico, sulla propria personalissima guerra, sulla propria causa da sostenere a tutti i costi, fosse pure la strumentalizzazione della morte di un ragazzo entusiasta e dei suoi sogni. Uno scempio umano. In fondo stiamo diventando tutti così. O forse lo siamo sempre stati. Ma la rete è uno specchio rifrangente e moltiplicante che fagocita e silenzia anche i resti di umanità ancora, qua e là, presente.

Anche l’allevamento è una gran bella invenzione, perché di fatto ha creato il cane per come lo conosciamo, e per come lo conoscono pure i canilisti estremisti che vorrebbero sterminare tutti gli allevatori sottoponendoli alle peggiori torture. Però l’allevatore ideale per me – e curiosamente ne sopravvivono ancora – è quello che i cani li fa vivere in casa, che li porta al mare, in montagna, in città, al centro commerciale. Quello che non ricolloca fattrici e stalloni quando sono anziani o non servono più. L’allevatore ideale è quello che fa lavorare e giocare tutti, dedicando tempo e attenzione a ciascuno. Quello che i cani li cresce come cani di famiglia, perché è in famiglia che dovranno andare. Ma ovviamente per poterlo fare deve averne pochi, e farli figliare poco. Ergo, deve fare la fame. E quindi anche questa è una filosofia che non tiene. Anche se qualcuno che tiene botta c’è ancora.

Ma non date retta all’idealista. Di solito è un tizio che guarda le cose da fuori e le dice, del tutto inutilmente, per il gusto del ragionamento, senza avere soluzioni. In sostanza è un elemento perfettamente innocuo, neutralizzato a priori dal fatto che l’essere umano, salvo poche eccezioni, bada essenzialmente al proprio interesse. Come tutti gli animali. Solo che noi siamo animali più prepotenti ed egotici degli altri, abbiamo il pollice opponibile per soggiogarli meglio e il buon eloquio per raccontarci e raccontare, per giunta, che li amiamo e agiamo per il loro bene. Certo, non è che la natura in genere si fondi a sua volta sull’amore e l’altruismo, ma almeno non se la racconta. E per questo ha tutta la mia stima.