Il malinteso della libertà

Quando dico che mi piace lasciare liberi i miei cani, la gente s’immagina subito il cane allo sbando, libero di fare il cazzo che gli pare. In realtà nessuno al mondo è totalmente libero. Nessun animale al mondo è libero, neppure l’uomo. Non siamo liberi di camminare nel centro della strada, o di farci un giro in bici in autostrada, non siamo liberi di andare a giocare a calcio sulla pista dell’atterraggio dell’aeroporto. Vado per paradossi, per dire che non siamo mai liberi dal pericolo, oltre che dall’esistenza dell’altro. Neppure una fennec nel deserto lo è, perché ci sono i predatori, neppure un colibrì in Cile lo è, neppure un eremita sulle montagne è libero dalla prospettiva che un’insidia lo raggiunga. Un cane è “libero” quando ha imparato a fare attenzione al pericolo, ma anche a non disturbare gli altri. Quando lascio Eva libera in centro città non la lascio da sola, e mai a caso. La sciolgo all’alba, negli orari più tranquilli, oppure nelle strade dove non passano auto, o ne passano poche a passo d’uomo, la sciolgo dove non c’è troppa gente, oppure gente che conosciamo. E non la sciolgo per una passeggiata da diporto, ma per un piccolo esercizio insieme, che non lascia davvero libera né me né lei. Eva si distrae facilmente – non tutti i cani ti seguono d’istinto come un cane – quindi sono io a dover raddoppiare l’attenzione e a dover tenere viva la sua. Quando invece siamo in spazi più ampi e verdi, posso allentare il controllo, perché so che non mi perde d’occhio, ma ovviamente non mi posso rilassare mai del tutto. Certo più di un tempo, quando bisognava insegnarle a non correre dietro alle bici, a non disturbare i corridori, a non avvicinarsi alla strada, a non fare le feste a tutti quelli che passavano senza scordarne nessuno, a non avvicinarsi a tutti i bambini e a tutti i cani senza di me. Ma credo sia quello che farebbe ancora se fosse davvero libera e fosse da sola.

Oggi al bar si è innamorata a prima vista di un ragazzo seduto a un tavolino. Si è seduta davanti a lui, e mi ha guardata con l’occhio languido che diceva gentilmente: mollami, non mi rompere i coglioni come sempre. E il ragazzo del bar, pensando di dire una cosa simpatica, mi fa: “Se la lasciassi qui starebbe benissimo!”. Mi ha ucciso, però è vero. È il mio fallimento. So che se avesse la certezza di essere accolta da qualcun altro io me ne potrei anche andare: lei starebbe da Dio con chiunque la trattasse bene, dimenticando me, come se niente fosse. Forse starebbe anche meglio. È soltanto a me che mancherebbe. Sarei io, bipede, a soffrire come un cane, a mettermi a sfogliare nostalgicamente le foto, ricordando ed enfatizzando i momenti passati insieme nella pioggia e nella neve. Come quando l’ho lasciata da mia madre per una settimana, l’unica settimana in cui l’abbia lasciata a qualcuno in sette anni insieme, perché dovevo traslocare, e non volevo si stressasse con l’andirivieni di cose e di persone. Di solito vive con me, ventiquattro ore su ventiquattro, perché lavoro in casa, e ci diresti in simbiosi (almeno finché non arriva l’idraulico e si muove in simbiosi con lui). Ma quando andavo a trovarla, era già innamorata di mia madre, e quando mi allontanavo mi lasciava tranquillamente andare. Perché da lei otteneva più vantaggi, più cibo, più opportunità di uscire quando le pareva. Le bastava chiedere. Aveva addestrato mia mamma a dovere.

Da parte mia, non ho l’autorevolezza che sarebbe necessaria per risultare credibile agli occhi di un cane testardo e indipendente come Eva. Ma l’autorevolezza non ha nulla a che fare con l’essere autoritario che ti puoi autoimporre, con le mille accortezze e startegie che puoi mettere in atto né tantomeno con il cibo. L’autorevolezza è innata. Motivo per cui non mi prenderei mai un cane tosto, né mai mi metterei a lavorare i cani per mestiere.

Con Titti mi è andata bene perché si è affezionata a me fin da subito, d’istinto, lo stesso che impronta inizialmente le relazioni umane, senza che dovessi effettuare sul mio essere alcuna forzatura. Il giorno che sono andata a prenderla, mentre tornavo in treno da Semide, ho tirato un sospiro di sollievo o non so cosa, e quel fagottino che avevo avvolto dentro al collo del maglione ha tirato un sospiro a sua volta. Aveva già iniziato a fotocopiarmi. Mi era andata di culo, ma non va sempre così, né con gli umani, né con gli altri animali.

Eva è obbediente: risponde al richiamo, non tira al guinzaglio, non si allontana, ha imparato milioni di cose, Ma l’obbedienza e la docilità non hanno nulla a che fare con l’affezione. Potrei anche comprarmi l’attenzione di Eva col cibo, limitare ulteriormente la sua libertà con il condizionamento, ma non sarebbe comunque amore. L’amore non si può comprare. Credo sia una questione di feeling anche con gli animali non umani, una questione di prove e di errori, fino all’eventuale ammissione della propria inadeguatezza a farsi amare. Eva non sarà mai il “mio” cane, perché ama me come qualunque altro bipede si aggiri sulla faccia della terra, con la differenza che io non ho più dalla mia il surplus della novità e della sorpresa, e quindi la entusiasmo molto meno. L’unica cosa che potevo fare era diventare la sua materiale certezza, senza però avere i numeri per legarla a me in modo più profondo. Ho ottenuto che mi seguisse e mi tenesse d’occhio sempre, che mi considerasse il suo punto di riferimento. Ma nel momento in cui il punto di riferimento e la certezza dovessero cambiare, seguirebbe felicemente il nuovo senza conseguenze. Se solo potesse avrebbe già chiesto mille volte il divorzio.

Ammettere la propria inadeguatezza e non colpevolizzare il cane, ma prenderlo per come viene, significa soffrire un po’ meno a ogni delusione che t’infligge. Anche il cane è libero di scegliere chi amare. Non si tratta di un sentimento consapevole come l’amore umano, ma in qualche modo lo dobbiamo chiamare. Quando un cane ama, lo fa anche se ha davanti un assassino o un figlio di puttana. Ma non è perché il suo amore sia più alto o sia migliore, semplicemente perché non ha gli strumenti per rendersene conto e giudicare, per fare in coscienza una scelta “morale”. Anche un umano può amare un criminale, ma con una serie d’implicazioni etiche e autocensure (o assoluzioni) che l’inconsapevolezza del sentimento canino non può comportare. In questo senso, è vero, il loro amore è soggetto a meno condizioni.

Ho provato anche a lavorare con il cibo, e allora era tutto in discesa: Eva non mi staccava gli occhi di dosso, mi fissava, ero diventata il centro del mondo, non esisteva più nessuno. Avrei impiegato poi molto tempo a liberarla dal condizionamento. Mi correva costantemente al piede, quasi sul piede, senza staccarmi gli occhi di dosso, con sguardo innamorato (di una memoria di wurstel). Poi un bel giorno ho pensato: ci manca solo che uno debba “rendersi interessante” pure agli occhi del cane. Al primo cestino ho buttato il cibo e le ho detto: vai, sei libera, levati dai coglioni, vattene a fagiani, ma butta sempre un occhio e non fare casini.