La memoria del dolore

Una delle cose che più m’incuriosiscono è la misura in cui la memoria di eventi e situazioni traumatiche interviene nelle modalità canine di socializzazione ed esperienza del mondo.

Molte persone sono convinte che i cani piccoli siano aggressivi perché non si rendono conto delle proprie dimensioni. Io credo piuttosto che la maggior parte lo siano perché molti si loro non vengono fatti socializzare, oppure per paura, proprio perché sanno benissimo di essere i più piccoli del reame, perciò aggrediscono per difesa. Ed è un peccato che i proprietari spesso rinuncino per sempre a farli interagire con i loro simili. Prima di subire un’aggressione in cui ha rischiato la vita, Titti era molto socievole con tutti i cani. Dopo l’aggressione era terrorizzata da qualsiasi cane, di qualunque dimensione. Un terrore cieco. Avrei potuto rinunciare, ed è quello che inizialmente sono stata tentata di fare. Perché pure il bipede ha ricordi e memoria del dolore. Invece, col passare del tempo e con molto lavoro, la paura di Titti si è ridimensionata, ma non è ancora tornata il cane sereno di prima nel rapporto con i suoi simili. Quindi sono io a dover fare attenzione a diverse cose, perché basta un errore per tornare indietro millenni, anche perché io non ho le competenze per aiutare un cane, ma vado a sensazione. Per esempio so che quando è al guinzaglio i cani sconosciuti preferisce evitarli. E anch’io, perché so che al guinzaglio non avremmo tempo e modo di favorire un’interazione corretta: per lei, per come è (diventato) il mio cane, per la sua esperienza di vita. Quindi preferisco evitare incontri frontali, perché so che lei starebbe sulla difensiva, magari se messa alle strette potrebbe partire un ringhiotto, e di conseguenza il coretto: eh, che coraggio. I piccoletti sono sempre i più aggressivi! Del resto la maggior parte delle persone si rapporta ai suoi simili come uno schiacciasassi inceppato, senza tenere conto del fatto che abbiano una biografia e delle esperienze pregresse che possono influenzarne le interazioni, figuriamoci quando ha a che fare con un animale d’altra specie, che ritiene inferiore, magari pure incapace di avere ricordi, di provare sensazioni e sentimenti e dolore. È una cosa cui non pensano neppure quelli che portano in giro con leggerezza un cane a sua volta segnato da esperienze negative, segnando così l’esistenza di un altro cane e quella del suo proprietario, in un infinito circolo vizioso. Pensa se ci fosse stato un bambino! E perché? Basta che ci sia un altro cane per fare un grandissimo casino e per fare di te un criminale. La vita non è una gita. Abbiamo sempre enormi responsabilità, non soltanto nei confronti di noi stessi, ma anche e soprattutto degli altri, fossero pure dei cani, fossero pure esclusi risvolti penali, come è il caso degli animali d’affezione, che per la legge sono ridotti al rango di “beni materiali”, ma non lo sono per i loro umani, o almeno è quello che ci auguriamo.

Però so anche che Titti nutre per i suoi simili sentimenti complessi, dibattendosi sempre tra curiosità e paura, che le fanno spesso inviare segnali contraddittori; so che conosce volentieri altri cani nella situazione a lei più congeniale, quando è libera dal guinzaglio, che avverte come una limitazione a una eventuale possibilità di fuga, o evitamento. L’ambiente ideale non è neppure l’area cani, dove di solito si radunano soggetti che hanno già fatto gruppo tra loro e guardano al nuovo arrivato con curiosità, avvicinandolo tutti insieme, spesso con un entusiasmo che la paura può indurre a fraintendere. Per farle conoscere altri cani lascio che sia Titti a scegliere il tempo e il modo. Diciamo che non la socializzo, ma la lascio socializzare. Di solito, durante la passeggiata, all’arrivo di cani sconosciuti preferisce dapprima evitarli, aggirandoli. E in questo “sua sorella” l’aiuta, perché si fionda in avanscoperta, mentre Titti sta in retroguardia, talvolta mettendosi a manducare erba, ma non con l’impegno e la postura di piccolo avvoltoio che assume quando è incazzata con me perché non le dò attenzione, per esempio. Piuttosto con una pacata noncuranza bovina e una ostentata, vigile, indifferenza. Poi comincia ad avvicinarli con moto ellittico e prudente. Il modo migliore perché prenda coraggio, è lasciarla studiare con comodo gli altri cani quando hanno spostato da lei la propria attenzione, magari facendo un po’ di strada con i proprietari. In quel modo si forma con naturalezza la costellazione ideale per lei: una specie di “comitiva” cui accodarsi. Così Titti pian piano si avvicina sempre di più agli altri, annusandoli prima “di nascosto”, evitando l’incontro frontale. Quando ha finalmente capito che non ci sono pericoli, si rilassa. Ma prima che giochi o interagisca liberamente con un altro cane passa un po’ di tempo. Spesso è necessario che lo abbia incontrato più di una volta. Con i cani più competenti e sornioni, invece, è tutto molto più semplice e rapido. Adesso Titti ha un bel po’ di amici di cui si fida. E abbiamo le nostre antipatie e idiosincrasie. Per questo mi secca un po’ quando le persone arrivano a sorpresa col cane al guinzaglio per socializzarlo a forza con il tuo, trinciando sentenze se il tuo “non vuole giocare”. Non tutti i cani sono disposti a interagire con tutti e a giocare con chiunque. Non tutti i cani sono uguali, e ciascuno ha i suoi tempi e i suoi modi, e soprattutto la sua esperienza di vita. Più i cani sono grandi, più sono entusiasti e irruenti, più i tempi di Titti si allungano. Ma alla fine potrebbe pure decidere di non interagire più di tanto e di farsi i fatti suoi. Eva invece socializza facilmente con tutti, ma non la lascio andare da tutti i cani senza permesso, specie se lei è libera e gli altri sono al guinzaglio.

Il corpo sa tutto è un libro molto bello di Banana Yoshimoto, che vale per tutti gli animali, anche quelli non umani. Gli animali hanno una forte memoria del dolore e degli eventi negativi che hanno provocato loro sofferenza fisica, o psichica, o anche solo disagio o paura. Quando per esempio qualche genio stringe Titti sui fianchi, lei si spaventa. Se la presa insiste, inizia a gridare come un’aquila. Perché il genio l’ha stretta proprio nel punto in cui l’altro cane l’ha passata da parte a parte con i denti cinque anni fa. Se lo faccio io non succede niente, perché si fida e sa che non le farò del male. Se lo fa un estraneo è diverso, non può averne la certezza. Lo stesso accade quando un estraneo indugia troppo con la mano sulla collottola, nel punto in cui l’ago della puntura per la vaccinazione le aveva provocato dolore e un successivo gonfiore, tre anni fa. Inizialmente aveva paura anche con mia mamma, che conosce da sempre. Poi anche quella paura è passata. Ma credo che le sarà molto difficile generalizzare, anche perché è un esperimento che non amo fare.

Gli animali hanno percezione del dolore fisico e ne hanno memoria, spesso indelebile. Titti è come un’argilla morbida su cui ogni piccola cosa s’imprime. Ha il terrore del dolore come lo hanno gli individui che ne hanno subito uno molto più grande di loro. Eva “dimentica”, oppure supera, più facilmente i piccoli traumi. Lei è come una sabbia su cui le onde del tempo cancellano più facilmente le impronte. Ma credo che tutti gli animali, chi più, chi meno, abbiano memoria di ogni evento – fisico o psicologico – traumatico più di quanta ne abbiamo noi rispetto al loro sentire individuale. Per questo dobbiamo sforzarci per cercare di riandare con la mente a quel che loro stanno ricordando o il loro corpo sta rievocando, per capire cosa possa aver generato reazioni che lì per lì ci possono sembrare eccessive o sproporzionate. Una volta, per esempio, mi sono stupita di una reazione impaurita di Titti mentre le stavo facendo il classico grattino dietro l’orecchio. Con uno sforzo di memoria mi sono ricordata di quando aveva avuto un piccolo fungo proprio in quel punto, e la veterinaria lo aveva tolto per analizzarlo, strappando via qualche pelo da dietro l’orecchio. Così mi sono resa conto che il mio anello le aveva tirato un pelo, leggermente.