“porque no existe el pájaro escondido”

Quando prendi un cane da caccia, ti trovi di fronte a numerose reazioni, quasi sempre scomposte, che possono essere ricondotte a due macro categorie di pensiero. Da un lato ci sono i catastrofisti, che ti predicono che non potrai scioglierlo mai, pena perderlo per sempre; dall’altro ci sono i fatalisti, quelli che il cane lo lasciano libero di andarsene in giro da solo, perché “è nella sua natura”, “è nato per quello”. Tanto poi torna. Il che è un modo buonista per lavarsene le mani, per non dover fare la fatica di educarlo, di imporgli le regole e i limiti che sono necessari sia alla civile convivenza che alla sua incolumità. Tanto più che il cane da caccia non è nato per andarsene a caccia da solo, incurante del suo compagno, altrimenti il cacciatore tornerebbe sempre a casa a mani vuote. Il che, a dirla tutta, non sarebbe neppure poi tanto male, non fosse che con il cane ti danno pure quel fastidioso gadget che si chiama responsabilità, per cui non siamo liberi di lasciare che metta in pericolo se stesso e altri animali, umani e non.

Certo, il cane da caccia è un cane da caccia. Non è fatto per starti accanto e difenderti, o difendere le tue proprietà, non è nato per seguirti e farti compagnia, non è nato per ascoltare il pastore e attendere un suo cenno, per poi lavorare in autonomia. Per natura non è incline ad attendere le tue direttive per fare qualcosa. A meno che non abbia nulla di meglio da fare. In caso contrario, il cane da caccia di solito è un creativo che non conosce la noia: se non gli dai da fare se lo inventa da solo. Ma il fatto che non ti metta al centro del mondo e della sua attenzione non significa molto. Del resto mi capita spesso di diventare il centro del mondo di un cane soltanto perché ho un panino in mano, o perché ho accettato di tirargli la pallina o il bastone, cioè di fargli fare qualcosa di cui ha bisogno. Capita spesso di vedere cani sportivi che lavorano meglio e con più entusiasmo assieme a un conduttore di passaggio, piuttosto che con il tizio cui è intestato il microchip. Specie se i bipedi hanno entrambi del cibo in mano, ma la new entry è più in gamba dell’altro.

L’importante è non confondere l’attenzione indotta con l’amore o l’attaccamento, né pretendere di diventare il centro del mondo di un essere vivente, eleggendosi dio del cane che ti ama incondizionatamente fino alla morte e che senza di te e i tuoi würstel non esiste. Alcuni cani ti metteranno davvero al centro, spontaneamente e senza la mediazione di cibo o di palline. In molti non lo faranno.

In ogni caso non ci sono scorciatoie: gli altri animali non ti amano meglio e più facilmente degli umani. Non c’è un pacchetto di amore aggratis e di fedeltà che ti adotti o compri con un cane. C’è un rapporto da costruire, tra mille incognite e tentativi. E non c’è il cane fedele che di default ti vuole tanto bene.

A casa mia l’unico a essere monoteista è il gatto. Il che implica una certa preoccupazione ogni volta che mi devo assentare. I cani stanno benissimo senza di me, come di solito avviene. Anche se poi ce la raccontiamo e ci illudiamo di essere indispensabili e insostituibili. Come facciamo con i nostri simili.

Il cane di solito vive nel presente e vive di presenze. Bisognerebbe essere in grado di amarli anche sapendo di non essere al centro del loro mondo e di non essere insostituibili. Bisognerebbe rinunciare a comprarsi la loro attenzione e la loro collaborazione con il cibo o con la coercizione. Altrimenti bisognerebbe smettere di parlare di relazione.

Il fatto che per un cane da caccia in presenza di volatili e odori interessanti il fulcro dell’attenzione non sia tu, come è naturale che sia, non vuol dire che tu debba rinunciare a ogni forma di collegamento e comunicazione con lui. Il cane da caccia non è un cane da città. Nessun cane lo è, ma quello da caccia in città è un pesce fuor d’acqua. Perciò, se vuoi che sia davvero felice, devi cercare un compromesso: portarlo il più a lungo possibile nel suo elemento e lasciarti anche un po’ guidare, perché lui nel suo elemento ne sa molto più di teTanto più che in città diventa sempre più difficile educare un cane come vorresti. A ogni angolo c’è qualcuno che non sa rapportarsi a un cane se non pasturandolo (coerentemente con i dettami della moderna “educazione”), facendogli vocine stridule che lo innervosiscono e mandano su di giri, chiamandolo con insistenza mentre gli stai insegnando qualcosa, cercando in tutti i modi possibili e immaginabili di farsi saltare addosso quando tu avevi faticosamente ottenuto che non si prendesse troppe confidenze con gli estranei. Perché poi dietro l’angolo c’è quello che odia i cani e se li vede cambia marciapiede, non prima di aver tirato un paio di maledizioni. Se non vai in giro costantemente incazzato, sei costretto a subire o rifuggire continue intrusioni. Vedendo un cane socievole, tutti considerano il bipede attaccato al guinzaglio come un ingombro bypassabile di diritto, una specie di attaccapanni che non ha un cazzo da fare nella vita oltre a portare il cane a intrattenere loro. Ma che poi deve smazzarsi le conseguenze che la loro maleducazione produce sul cane. Io poi sono diversamente sociale. Sto da dio col mio cane. Non l’ho preso per socializzare con gli umani.

Il vero posto del cane, quello dove puoi davvero entrare in sintonia complice con lui e vederlo felice, è nella natura: nel fango, nell’erba bagnata, tra gli odori e il marciume, nel silenzio dell’alba, nella solitudine popolata dei giorni di pioggia e in quella surreale della nebbia e della neve. Eppure quando piove c’è il coprifuoco canino, perché i proprietari non vogliono bagnarsi e far bagnare il cane. E soprattutto non vogliono sporcare casa. Per non parlare di quelli che portano il cane ai giardini solo per costringerlo a sfilare al guinzaglio sui vialetti lindi e pettinati dedicati agli umani, senza fargli neppure posare i piedi sull’erba. Sia mai che si sporca e poi sporca il divano. Come se ti portassero in pasticceria col naso tappato e ti dicessero che devi soltanto guardare. Per il cane deve essere quasi più frustrante che stazionare due ore sotto il tavolo del bar mentre fai l’aperitivo il sabato sera.

Un setter non è neppure un cane da area cani o da parchetto. In mancanza di meglio, gioca pure dentro a un recinto, ma quando è libero di cercare se ne sta tutto nel suo naso. Quando è sulle sue piste, gli altri cani in linea di massima li ignora, o li saluta di sfuggita come a dire: lasciatemi stare, che ho cose più serie da fare. Semmai sono gli altri cani a inseguirlo, perché il setter ha sempre fretta e perciò finisce suo malgrado per fare la “lepre” della comitiva.

Poi ci sono cani da caccia che a lungo andare si rassegnano alla vita cittadina, si spengono, la smettono pure di cacciare i piccioni. Diventano bravi e buoni, come piace ai padroni. E ci sono cani da caccia che invece l’istinto non ce l’hanno proprio nel sangue. Sono quelli che un cacciatore avrebbe “scartato”. Quindi, se ti secca il cane che cerca e che ferma, ti è andata di culo. Ma non va sempre così.

Non potendo ancora trasferirmi in campagna, quando ho lasciato Bologna per Ferrara l’ho fatto anche perché Ferrara è la città più a misura di cane che conosca. Abbiamo questa fortuna di avere oltre dieci chilometri di cinta muraria circondata da aree verdi, e un grande parco urbano a pochi minuti dal centro cittadino. I percorsi sono tanti, e puoi correre e camminare anche 20 km nel verde senza mai ripassare dallo stesso punto. Non siamo più ai Giardini Margherita di Bologna, tra cani isterici, picnic, bambini e madri paranoiche. Ma non siamo neppure tra le torbiere della pianura irlandese, quindi le regole da imparare per il cane sono tante. Eva la lascio libera perché so che abbiamo ritmi diversi e so che correndo attaccata a un guinzaglio si annoia. Lo fa perché deve, ma non vedo in lei la stessa gioia di quando può fermarsi quando vuole per poi raggiungermi in tre balzi. Del resto io amo scrivere, ma non faccio recensioni di mestiere su commissione: preferirei fare la fame. I cani hanno quattro zampe, quindi se non sei Geoffrey Kirui e lui non è un chihuahua, il tuo ritmo da bradipo di bipede per un cane è innaturale come per noi correre con una tartaruga centenaria. Anche se hai fatto dieci anni di agonistiica come me, e ti alleni da quando di anni ne avevi 8. Io da quando ho i cani ho preso a camminare più veloce, tanto che adesso quando mi ritrovo a camminare con gli umani troppo umani mi rompo a mia volta i coglioni. Esattamente come un cane. Forse attaccato a una bici un cane corre a un ritmo più naturale, ma sulla lunga distanza è ancora noia. Per alcuni cani è già meglio che niente, ma in linea di massima i cani se ne fottono di correre a ritmo uniforme per restare in forma. Come me, del resto. Io corro per pensare, per respirare, per dimenticare, per volare con la fantasia. Un cane non corre per pensare o estraniarsi dal reale. Un cane corre per annusare e per cercare e per rotolarsi sulle foglie marce o su una fetida carogna. Un cane corre per condividere con te questa gioia e questa libertà che ci si prende insieme. Ognuno a modo suo e senza bisogno di comprarsi l’attenzione di nessuno, perché il premio è essere felici insieme.

Il cane da caccia poi è un cane multitasking. Altro che one-track-mind. Quando è nel suo elemento, Eva si trasforma. Vibra di passione, diventa più seria, più attenta, più tesa e concentrata. È più attenta anche a me, perché è a me che la sua natura le dice di segnalare “la preda”. È lei che mi tiene d’occhio anche quando mi distraggo, tanto che a volte, quando la chiamo nella nebbia, mi accorgo che mi sta guardando stupita a distanza di pochi metri, chiedendosi se io sia impazzita. Mentre poi torniamo a casa stanche e sporche e inzuppate, mi guarda grata e felice come in nessun’altra occasione.

Il compromesso che ho fatto con lei per farmi perdonare la vita cittadina che le ho inflitto prevede da un lato la possibilità da parte sua di sguazzare nel fango e nell’acqua e di sporcarsi a piacimento ogni giorno, dall’altro la rinuncia al letto e al divano. Cosa che sono convinta le pesi molto meno che rinunciare a un tuffo in una fantastica pozza limacciosa.