La motivazione (gastronomica)

Ormai c’è questa convinzione diffusa di doversi comprare l’affetto e l’attenzione dei cani con i premi, neanche fossero umani. L’altro giorno per esempio ero al bar, e ho chiesto a Eva di sedersi mentre prendevo un caffè. Poi, perché non stessimo troppo in pace, una ragazza le ha chiesto la zampa ed Eva gliel’ha allungata per farla contenta. Alla sesta richiesta di zampa, però, gliele ha piazzate entrambe sulle spalle. Dominanza! Macché: disperanza. E un signore mi fa: forse perché non la premia? Più che altro perché si è rotta i coglioni e sta tentando di buttarla in caciara. Come se a te un perfetto sconosciuto chiedesse a ripetizione una stretta di mano.

Quando erano cucciole e leggevo un sacco di minchiate cinofile, per un breve periodo, prima di capire quanto possa la mente del cane, avevo utilizzato anch’io i premi. Li ho abbandonati presto, rendendomi conto che erano una schiavitù, per me e per loro. La cultura umanistica da questo punto di vista t’insegna molto, perché stimola il pensiero e la voglia di studiare e capire, senza mai fidarsi del dogma e del luogo comune. In tal modo riesci a stare sulle balle a tutti, ma salvi te stesso dai condizionamenti cui siamo a nostra volta sottoposti. Se poi la leggi bene, la cultura, ti educa anche a un certo rispetto per ogni creatura e un sentire che non t’insegnano a scuola.

Ma nonostante mi sia resa conto molto presto di tutti errori che stavo compiendo, e delle insidie del condizionamento, avrei impiegato molto più tempo a liberare le menti dei miei cani dal condizionamento, per renderle di nuovo libere di ragionare, a prezzo di molte delusioni e aspettative disattese. I cani non amano l’incoerenza.

In molti, per farsi amare, girano con le tasche piene di cibo, per pasturare come polli anche i cani degli altri. Senza rendersi conto che i cani li saluterebbero e farebbero le feste comunque. Con la differenza che le farebbero a loro, non al biscottino che hanno in tasca. I cani davanti al cibo sono come molti uomini davanti a una quinta di reggiseno: non vedono altro.

Se alla gente dici per piacere lasci stare (si metta i suoi biscotti dove deve), passi per stronzo. Mentre per me da stronzo agisce chi rende schiava una creatura intelligente come il cane facendo leva su un residuo ancestrale, pur pensando in buona fede di fare il suo bene. Se non devi fare gare, e non ambisci alla precisione, non c’è ragione di drogare un cane.

È un po’ come quando al campo cinofilo ti dicono di andare coi cani non mangiati per aumentare la motivazione. E non parlano di molto altro che del cibo più motivante,. L’esperto lo riconosci dall’appetibilità del cibo di cui si serve. Come se potesse essere soltanto il cibo a motivare un cane. Tristezza immane. C’è poi chi i cani li parcheggia nel box e li estrae solo all’occorrenza per andarseli a lavorare, così son più carichi. In tutti i casi, il cane è ben felice di andare al campo. Il cane è felice di andare ovunque si mangi. Tu invece pensi: “Ma questo qui che si è fumato? Ti pare che i cani li metto a rosolare?”. Poi appena posi un piede al campo ti cominciano a pasturare il cane. Roba che un setter non abituato a mangiare troiai se la cava con un cagotto. Per il piccoletto di tre kg invece lo “sport cinofilo” è la morte sua: d’indigestione. Ma tanto i cani piccoli di solito stanno nelle borsette, e ancora non si sa cosa sia meglio.  Se questo è sport. Ma gli esperti ti redarguiscono: “se premi con l’approvazione sociale è uguale”. Sticazzi. Di fronte a una carezza i cani non hanno gli stessi occhi da pazzi che esibiscono davanti a un würstel. È vero che business is business. È anche vero che il proprietario medio non ha voglia di dedicare al cane più di un’ora in casse di socializzazione, o educazione di base. Né tantomeno di perdere del tempo quando puoi risparmiarne un sacco col biscotto giusto. È un cane che si morde la coda. Però all’umanista – che almeno di parole un po’ ne capisce – fa un tantinello strano sentir parlare di empatia e relazione col würstel in mano.

Prendi i bipedi. Io se dò una mano a un amico molto amico – tanto sono quattro gatti – sono felice di una pacca sulla spalla o un abbraccio. Da un cliente di cui non m’importa niente invece mi aspetto un bonifico, e pure per tempo. Il cane invece dal cliente si aspetta un frolic. E un amico non troppo amico lo manderà a cagare non appena il tapino avrà le mani vuote, o si sarà scordato il marsupio. Se poi al cane si facessero fare attività da cane, non ci sarebbe alcun bisogno di premiare. Gli basterebbe l’azione.

I miei cani, contrariamente a me, sono ipersocievoli. Sono molto felici quando andiamo a trovare qualcuno. Sono abitudinarie, amano avere tanti punti di riferimento, tante case. Titti mi accompagna con entusiasmo anche dalla commercialista, sebbene la commercialista sia allergica ai cani e non l’abbia mai neppure toccata, per quanto l’abbia presa in simpatia. Ma ormai per Titti Daniela è comunque un volto familiare, un piccolo riferimento nella routine. Lo studio è per lei una delle nostre tante case.

Ultimamente però una delle nostre case abbiamo dovuto abbandonarla: ho cambiato negozio di casalinghi, perché alla cassa avevano iniziato a darle dei biscotti. Perciò Titti smaniava appena entrate, e pigolava per andare alla cassa a prendere il premio. Un po’ come il cane che premi per un percorso o un esercizio: perde di vista il percorso, e vede solo il traguardo, il cibo. Quindi agisce meccanicamente, per condizionamento, bruciando le tappe dell’apprendimento. A maggior ragione se è un cagnolino che da cucciolo ha fatto la fame, come Titti (Eva, che è meno famelica, è anche meno facilmente condizionabile: se c’è cibo, bene, me lo piglio e me ne vado, altrimenti è uguale).

Il fatto è che Titti ha generalizzato: quando entriamo in qualunque altro negozio di casalinghi, anche dove non siamo mai state, smania comunque per arrivare alla fine del percorso: la cassa. Non che riconosca il brand, ma sicuramente riconosce il luogo come familiare dagli odori di detersivi e similia, che ha associato al premio accanto all’uscita. Perché il premio le è stato dato. Come quando al parco, se non la richiamo sul piede di partenza, tende ad andare dalla gente alle panchine, perché ha capito che alle panchine spesso si mangia, e che la gente che mangia su una panchina ti allunga sempre qualcosa. Io scherzando dico che Titti ha una mappa. Non dimentica una sola delle tappe in cui le hanno allungato qualcosa da mangiare. Eva no, lei è più distratta, va senza bussola, ma quando fa tappa dove le hanno dato da mangiare lo ricorda bene.

Al supermercato, invece, pur essendoci ogni ben di Dio a portata di tartufo, Titti se ne sta tranquillissima e non chiede nulla. Perché non è mai stata premiata. La sua mente è libera dal condizionamento, e lei si gode il percorso con me, guarda curiosa la gente, si piglia qualche grattino, mi smolla un bacino, senza smaniare per arrivare alla cassa. Passiamo serafiche al banco del pane e a quello della pasticceria, scivoliamo agevolmente davanti a polli arrosto e a ogni taglio di carne, a pesce e formaggi. È come se per lei non fossero cibo. Perché sa che non sono cibo per lei. Però all’uscita, se ho comprato il pane, si aspetta il pezzettino che le allungo sempre.