In passato ho provato a volte a raccontarmi che gli animali non umani non amano con la nostra profondità e consapevolezza. Forse perché l’amore di un animale è così puro, caparbio, e totale che rischia di schiacciarti sotto il peso della responsabilità. In realtà in amore e in amicizia non serve consapevolezza. Solo fiducia e abbandono, cose cui la vita con i nostri simili ci disabitua.

L’amore è presenza. È corpo che quando manca è il supplizio dell’arto fantasma. Non lo puoi sopportare a lungo: devi ricongiungere le parti a tutti i costi per non morire. L’amore è sguardi e battiti, odori e umori. È quotidianità di gesti e di respiri, è vicinanza e calore.

Poi c’è l’amore prudente, l’amore che ha paura, l’amore dell’assenza, l’amore che ama da lontano, l’amore che rinuncia, e tutte le altre minchiatine con cui si trastullano gli umani, buone per riempire le poesie e le canzoni. Per non abdicare all’ego e al suo tragicomico teatrino. Per evitare quella simbiosi totale che s’instaura tra le creature nell’abbandono, facendo di loro vasi inesorabilmente comunicanti, quel legame irragionevole e irrazionale, spaventoso anche, molto prossimo a una dolorosa perfezione del linguaggio che non ha più bisogno di parole. E che nell’umano si accompagna sempre a un senso di perdita e di morte.

Nei miei animali posso vedere la radiografia della mia anima e tutto il suo variare quotidiano di stagioni. Spesso quando hanno un disagio è dentro di me che devo cercarne le ragioni. Allora devo fare di tutto per il bene, per me e per loro. Per ingannare un umano basta un sorriso anche nella disperazione più cupa, perché a nessuno interessa sapere davvero come stai quando te lo chiede. Un cane non lo freghi neppure con le vocine, e farà di tutto per farti sorridere davvero. Un cane sente se c’è tensione quando stai parlando al telefono, anche se hai appena convinto in scioltezza l’interlocutore che va tutto bene. Se osservi il tuo cane puoi capire anche se la scelta che hai fatto è la più giusta per te. È una bella responsabilità. Mi viene in mente quella poesia di Brecht che s’intitola “da leggere il mattino e la sera”, ma che va imparata a memoria e messa in pratica a ogni istante. Cosa che richiede un grande impegno e una sovversione dell’egoismo. Credo sia per questo che molti umani preferiscono giocare coi device che costruire rapporti reali, inermi, creaturali.

Eppure la gioia imbecille che provi nell’unisono dei passi, nel silenzio perfetto di una gelida alba festiva deserta, avviluppata nel bianco della nebbia, somiglia molto alla tremenda libertà di essere e basta.

 

Da leggere il mattino e la sera

Quello che amo
mi ha detto
che ha bisogno di me.

Per questo
ho cura di me stesso
guardo dove cammino e
temo che ogni goccia di pioggia
mi possa uccidere.

B.B.