Al bivio tra pisciare il cane o lavorarlo

Ho letto il disclaimer della crusca rispetto a  un post – lapalissiamo – incautamente depositato in rete senza sapere ancora del gran polverone che aveva sollevato. La crusca era stata accusata di favorire e avallare l’impoverimento grammaticale della lingua italiana da persone che evidentemente non avevano capito il senso del post, né mai sfogliato il dizionario della Crusca, dove per ogni voce è presente una parte prescrittiva, che indica l’uso corretto di locuzioni e strutture sintattiche e grammaticali, seguita da una parte descrittiva, che evidenzia le forme, le locuzioni, le forzature invalse nell’uso, il cui utilizzo è legittimato dalle occorrenze a livello pragmatico. Il che non significa che siano corrette dal punto di vista della grammatica prescrittiva (e della Crusca), ma che sono tollerate perché condivise da una comunità di parlanti. Ma il loro utilizzo non sarebbe opportuno in un contesto formale o allo scritto, perché il linguaggio scritto è molto più conservativo. Tutto questo non legittima la serie di errori e strafalcioni grammaticali casuali emessi da ogni singolo parlante che non conosce la grammatica.

Poi ci sono i regionalismi, gli idioletti, i tecnoletti, i gerghi… Se in un articolo di cinofilia un addetto ai lavori legge “lavorare il cane”, “socializzare il cane” non si scandalizza, anche se queste espressioni sono grammaticalmente scorrette. Perché fanno parte di un gergo condiviso da una comunità di parlanti, quella cinofila. Dal punto di vista strettamente grammaticale sono figlie della stessa forzatura che porta a pisciare o uscire il cane, ma sono legittimate dalla ricorrenza in uno specifico contesto e condivise da una comunità di parlanti, tra l’altro numericamente più esigua di quella che piscia o esce il cane (noi “andiamo a fare pisciulin”, ma siamo una comunità molto ristretta).