John Wayne

L’alba mi piace perché è popolata dai solitari, altrimenti detti asociali, cioè le persone più socievoli e rispettose, che, in quanto tali, incontri sempre un po’ a latere della società del chiagni e fotti. Di solito i loro cani sono altrettanto socievoli ed educati, anche alla libertà. Perciò nei giorni scorsi non ho avuto problemi con il calore di Eva. Al massimo se qualche cane ci raggiungeva il proprietario lo richiamava, o se lo veniva a riprendere, senza isterie, e senza dirmi che lì non avrei dovuto stare. E i propritari erano comunque tutti nei dintorni. A parte mercoledì, che abbiamo fatto un po’ più tardi del solito. A un certo punto ho visto in lontananza un pit bull che attraversava una strada cinquecento metri più avanti. Non una strada di città, ma quella che separa la città dalla campagna, dove scorre la Formula 1. Così ho preso il giro largo per circumnavigare il cane, che però in trenta secondi ci ha raggiunte. Ho provato a distoglierlo in tutte le lingue dai suoi intenti ma niente. Mi guardava con la tipica faccia da pit bull quando ti dice “no comprendo”. Allora l’ho preso per il collare. Ma era uno di quei collari tamarri tutti borchie e punte di metallo, buoni solo a a lasciarti le stigmate sul palmo, specie quando un pit bull si dimena come un’anguilla e ti guarda chiedendoti chi sei tu per rompergli le uova nel paniere mentre gira per gli affaracci suoi. Nella mia mente si è materializzato il pensiero di uno dei peggiori incroci della storia canina: un Irish Pitsetter terrier. Così l’ho preso al lazo, sperando che prima o poi arrivasse qualcuno. Nel frattempo, andatura alla John Wayne, occhio pendulo ed evasivo, fronte corrugata, stava arrivando il proprietario, accompagnato da una donna. Appena ci ha raggiunti, ha biascicato: “Beh, ma dovevi metterci la tua al guinzaglio”. Un genio. Ho rilasciato il pargolo e ho fatto per andarmene con Eva, con il solo desiderio di togliermeli dai piedi.

Lungi dal mettere al guinzaglio il cane, John Wayne lo ha chiamato a sé per sempre con fiducia, per dimostrare il suo inarrivabile controllo su di lui. Infatti in trenta secondi il cane ci aveva di nuovo raggiunte e io lo stavo riprendendo al lazo. Mentre John Wayne ripeteva la scena e ci raggiungeva caracollando, Alicia Saenz si risvegliava finalmente dalla sua apatia e riacciuffava il cane, togliendo Wayne dall’imbarazzo di essere allegramente ignorato dalla sua creatura.

Li ho lasciati proseguire per capire da che parte stessero andando, in modo da prendere la direzione opposta. Poi gliene ho gridate quattro o cinque. Un errore. Quando mi sono voltata verso Eva, era seduta e tremava come una foglia. Non c’era verso di farle fare un passo in nessuna direzione. Non ci aveva capito niente. Solo che ero incazzata. E lei è un cane con cui non puoi alzare la voce per nessun motivo (figurati senza motivo), se non vuoi che si chiuda per ore. Ecco perché evito sempre di litigare con la gente. Oltre che per non sprecare tempo ed energie per nulla. Al limite sfoglio il dizionario del turpiloquio mentalmente, o vi metto nei libri, che è molto peggio.

Quindi non sono per il cane libero a tutti i costi né contro il guinzaglio. Penso che nella maggior parte dei casi quel cazzo di moschettone non andrebbe sganciato per nessun motivo. Lo penso quando vedo cani liberati alla speraindio nel centro cittadino, che zigzagano per le strade come ubriachi, mangiano tutto quello che trovano, e si fiondano da tutti i cani che vedono; quando nei prati piovono come proiettili addosso a Titti, che ha altri tempi e modalità d’approccio, mentre i proprietari fanno comunella un chilometro più in là; quando si formano aree cani abusive, e mi tocca cambiare strada per evitarle ed evitare le situazioni tipiche delle aree cani; quando un cane entusiasta mi ha lussato la spalla mentre correvo e quando un altro mi ha provocato una contusione al ginocchio, e in mille altre occasioni. Non è questo il far west che intendo quando parlo di educazione alla libertà.

Penso che la legge che regola la gestione dei cani in città sia assurda, ma forse non potrebbe essere altrimenti, perché l’essere umano tendenzialmente se ne fotte del suo prossimo e pure dei suoi cani.

È probabile anche che se i cani non fossero quasi tutti castrati le città si riempirebbero davvero di randagi, mentre i proprietari si fanno i cazzi loro.