L’effetto like

Due giorni fa mi è arrivata la pubblicità di un corso per addestratori cinofili a distanza. Ora, io lavoro in ambito diverso, sono vecchia e in bolletta, e di corsi, master e seminari propedeutici alla disoccupazione ne ho collezionati abbastanza da giovane. Però se non altro vi ho avuto accesso per concorso. Il pezzo di carta non me lo sono dovuta pagare, e ho almeno dovuto muovere il culo (e prendere treni) per andare a lezione. Invece un giovane di belle speranze magari se la beve. E invece di cestinare a vista la mail, paga. Solo che in questo caso in ballo non ci sono libri, ma esseri viventi, e spesso famiglie in difficoltà, alle prese con qualche problema, o alla ricerca di consigli. Insomma, un sacco di animali, umani e non.

Fai della tua passione per gli animali la tua professione, è il mantra di questi venditori di fumo. Il fatto è che nel momento stesso in cui la passione diventa professione cessa di essere tale. Della passione devi fare mestiere: arte. E l’arte va coltivata e interrogata in autonomia, se vuoi trovare la tua cifra. Il che significa fare a lungo la fame. Non i soldi facili che promettono i corsi per corrispondenza.

Io a tradurre non ho imparato con i master e i corsi. Ho imparato traducendo sessanta libri, costruendomi una tecnica e un metodo tutto mio, confrontandomi con persone che stimavo. I master e i corsi servono soprattutto a essere nel posto giusto al momento giusto e a trovare i contatti giusti. Ma a me le robe giuste non sono mai riuscite granché bene. Mi riesce molto meglio essere sempre fuori posto. Quindi, se è vero che il pezzo di carta (non per corrispondenza) è meglio di niente ed è una premessa agli occhi degli altri, una volta che li ho intascati ho dovuto seguire l’altra strada, quella più irta e solitaria, quella dello studio e del lavoro duro. Anche se la coerenza è spesso sotto accusa come un crimine (alibi molto efficace per essere iper ambiziosi, solipsisti e incoerenti), e come qualsiasi altro sforzo verso l’onestà, alla lunga ti fa dormire sonni poveri ma tranquilli.

Negli ultimi anni, la facilità di accedere alla rete e di creare consenso ha prodotto danni enormi in tutti i settori. La necessità di ricevere like e di avere seguito e approvazione per esistere, spinge molte persone a offrire ai follower quello che vogliono sentirsi dire: slogan, pensiero unico, dileggio della concorrenza, auto celebrazione e compiacimento, soluzioni facili, prontuari prêt-à-porter, banalizzazioni, risposte univoche, decaloghi take-away, alibi, semplificazioni passe-part-tout, auto assoluzioni, forestierismi, complessi tecnicismi che celano un vuoto di prospettive.

Così scopri che se un cane ringhia al proprietario perché si è avvicinato alla ciotola, oppure ha osato sfiorarlo nel sonno, non sta dicendo che il tapino si deve tirare su le maniche e rifare tutto da capo, per diventare un compagno (leader, guida, genitore, o comunque lo si voglia chiamare) di cui il cane si fida e cui si affida al 100%. No, il cane sta solo esprimendo una legittima opinione (infatti, ti sta dicendo che si fida di te tanto quanto di un predatore qualunque). Come tutti quei poveri chihuahua esposti al ludibrio su youtube, incazzati come piccoli squali, intenti a difendere il loro divano dai nemici con cui convivono. Creature infelici che fanno tanto ridere la gente, ma fanno anche passare un messaggio molto pericoloso. Perché se poi hai un cane d’altra stazza e d’altro temperamento, che dalle minacce passa all’azione, finisce che ridi un po’ di meno e ti penti di aver preso alla leggera gli avvertimenti di un cane che vive la tua presenza come una minaccia. Senza contare che anche quei poveri chihuahua, benchè inoffensivi, fanno una vita di merda, costretti a difendere il momento del pasto e del sonno – momenti sacri per un cane e momenti di coesione sociale – da quello che dovrebbe essere il loro punto di riferimento e la loro sicurezza dai pericoli provenienti dall’esterno.

Capita spesso di sentir banalizzare anche il richiamo, che è il fondamento e la cartina di tornasole di un rapporto. C’è chi il cane lo lascia vagare, e aspetta pazientemente il suo ritorno. “Tanto poi torna. Sai com’è, c’ha il predatorio. L’istinto è l’istinto. Non c’è niente da fare” (a parte costruire un legame). C’è chi pensa di doversi rendere “interessante” a suon di premi, giochi e complicate coreografie ogni volta che deve adescare il cane per farlo tornare. Ma se poi ha altri interessi più forti, pazienza: si vede che non ha funzionato la motivazione. Comprerò dei premi più appetibili e aumenterò le dosi. Oppure farò un corso avanzato di recitazione.

Il fatto è che uno dei bisogni primari di un cane è quello di avere una guida che gli indichi cosa fare, cui fare riferimento nei momenti di difficoltà e paura. Il suo istinto più forte è quello di appartenenza a un gruppo sociale, in cui ha bisogno di avere un ruolo. I lupi e i cani ferali non si premiano a vicenda e non fanno gli spendidi per tenersi i compagni vicino, né hanno bisogno di un guinzaglio per comunicare. Eppure non se ne vanno alla cieca per i cazzi loro. Si muovono all’unisono, collaborano, ognuno nel suo ruolo.

Il cane se lo chiami deve arrivare, qualsiasi cosa stia facendo/mangiando/puntando. Anche perché quello che sta facendo potrebbe essere una cazzata, quello che sta mangiando un boccone avvelenato, quello che sta puntando un cane aggressivo. Non è nella natura del cane andarsene in giro da solo, a meno che non stia facendo il suo lavoro, come i cani da caccia o da pastore, che hanno comunque un collegamento a distanza con l’uomo.

Nel far west del week end, quando si sganciano i moschettoni dei cani carichi a palla, che hanno trascorso la settimana sul divano, si notano gli effetti di una duplice visione del cane che si muove tra due poli opposti: dall’ossessione del controllo, all’anarchia totale. Che sono le due soluzioni – facili e complementari – proposte oggi dai cacciatori di like e approvazione.

Lasciare libero il cane, ma al contempo tenerlo sotto controllo, è la soluzione più difficile, perché implica molto lavoro, rinuncia all’utilizzo del cibo e d’altri intermediari, fiducia tra uomo e cane, reciproco rispetto tra i proprietari, attenzione, prontezza, capacità di prevedere possibili rischi e disturbi arrecati agli altri. Significa legare il cane a mille regole, che influiscono positivamente anche sulla gestione al guinzaglio. Dal gruppo non ci allontana senza permesso. Non s’inseguono biciclette né corridori. Non si molestano i pedoni. Una volta compiuti i tre mesi, non si parte per andare da soli dagli altri cani. Perché l’altro cane potrebbe essere fobico, potrebbe non gradire contatti frontali, potrebbe essere aggressivo, potrebbe essere una cagnetta in calore. Perché l’altro cane potrebbe volersene stare per i cazzi suoi. E il suo proprietario pure. Perché magari sta lavorando o giocando col suo cane, o sta parlando con qualcuno e non vuole intrusioni.

Se un cane si allontana, se scappa, se non risponde al richiamo, se il richiamo te lo devi comprare… non è l’istinto che è sempre più forte. È che tu sei il suo badante, o il suo distributore di crocchette. Il dog sitter che lo porta fuori a farsi i cazzi suoi. Nel momento in cui diventi una guida, il cane d’istinto ti tiene d’occhio e di tanto in tanto torna indietro in silenzio, oppure t’invita a seguirlo, a fare un po’ il cane con lui. Perché l’istinto del cane è anche quello di stare vicino al suo gruppo sociale, di collaborare, fare cose insieme. Ho conosciuto anche proprietari – tutte donne a dire il vero – in grado di mantenere su di sé l’attenzione di cani attratti da cagnette in calore. Ma anche senza arrivare a questa intensità di legame, che presuppone un enorme lavoro su se stessi e sull’abbattimento di dogmi e pregiudizi, alla base della libertà del cane c’è l’impegno del proprietario, l’unico responsabile delle sue azioni e delle loro conseguenze.

Quindi prima che sul richiamo e sugli altri comandi, bisognerebbe lavorare sulla fiducia e sul legame. Il fatto è che oggi non puoi dire alla gente che deve rimboccarsi le maniche, che deve sporcarsi, muoversi, sincronizzarsi, prendere freddo, cambiare il suo stile di vita, ritrovare un po’ di animalità e gratuità nel fare le cose. Che il cane può imparare qualsiasi cosa senza che tu abbia un würstel in mano. Che ci vuole molto tempo e lavoro lontano dal confort e dal divano. Che il cane deve rispondere in ogni caso al richiamo, non perché fai lo splendido o offri qualcosa in cambio, ma perché si fida al 100% di te e ti si affida. Che se ti ringhia in faccia non ne hai azzeccata una. Che l’istinto su cui fare leva è quello di starti accanto, ma devi capire come meritarlo a seconda del cane, perché ognuno è diverso. Che non basta un’oretta al giorno o una gita nel week end per educare un essere vivente. Che non ti devi accontentare e assolvere mai. Ma devi avere una fiducia cieca in voi e in quello che potete essere insieme. Non puoi dire che costruire qualsiasi rapporto costa fatica, tempo e impegno, quando ormai non li spendiamo più nemmeno per i rapporti interpersonali. Non puoi dire che se non si ha tempo, modo e voglia si può benissimo rinunciare al famigerato amore incondizionato. Che tanto non esiste. Altrimenti ciao like e consenso.