D’acqua calda e dintorni

C’è chi dice che la gente scelga di vivere con i cani come surrogato dei rapporti umani, perché è più facile, perché ti amano incondizionatamente, chiunque tu sia e qualunque cosa tu faccia o dica. E non si capisce perché sia pieno di cani che scappano, cani che si ribellano o che disobbediscono, cani che gridano aiuto sviluppando problemi comportamentali. Viene il sospetto che anche i cani capiscano benissimo quando hanno a che fare con un pirla, anche se poi magari i grattini se li prendono e la ciotola la vuotano, perché non hanno alternative (a meno che non riescano a darsela a gambe per sempre).

Vivere un animale non è per niente facile, perché ti insegna molto di te, delle tue fragilità e debolezze, delle tue paure e dei tuoi punti di forza, e ti chiede di lavorare su te stesso per tirare fuori il meglio che puoi essere. Cosa che la gente non ha granché voglia di fare. Basta aprire un social o un giornale online per rendersene conto. Ovunque ci sia un thread di commenti – sia di elogi che d’insulti – ci si può fare l’idea di come siamo messi nei rapporti intraspecifici.

Il fatto è che molti vivono con gli animali da separati in casa, proprio come fanno con le persone. Non si accorgono di nulla fino alla separazione, perché sono troppo incentrati su se stessi e sulla proiezione che dell’altro si sono confezionati per accorgersi di chi è davvero e di cosa vuole. Con la differenza che gli animali non possono fare le valigie, quindi restano in casa, e finiscono per dare problemi. Certo, in tal caso è più facile sbarazzarsi di un cane che di un figlio, ma sarebbe meglio evitare di illudersi a priori che sia più facile educarlo. (Anche se col cane ti vengono incontro kennel, würstel, guinzaglio, ecc. ecc.).

In pochi sono disposti ad ammettere che qualsiasi problema abbiamo con il cane dipende da qualcosa di cui non ci siamo accorti. Proprio come avviene con le persone. Con la differenza che gli animali non hanno mai colpa, perché alla fine siamo noi ad averli scelti e dovremmo essere noi quelli più intelligenti.

Quando si vive con un animale i suoi stati d’animo riflettono i nostri. Se abbiamo creato con lui un rapporto molto stretto, ogni nostro gesto, ogni nostra postura, ogni nostro cambiamento di tono e di umore hanno un effetto su quel parafulmine che è il cane, creatura che vive per sentirsi utile e collaborare con noi perché siamo felici di lui.

Quando l’altro giorno ho discusso al telefono con il tipografo, Titti non ha pensato: “vabbè, io non c’entro, parlano di consegne e di brossure”. Ha pensato (più o meno): “minchia, la mamma ha la voce strana. Non è contenta. Mi metto buona buona qui nel rifugio antiatomico e dopo le porto il giochino”.

In questo i cani sono molto simili ai bambini. Ci sono analogie affascinanti nella modalità – egoriferita e istintuale – con cui cani e i bambini di 2-5 anni si percepiscono in rapporto all’ambiente che li circonda. (Ma non lo dite in giro, perché la parcellizzazione dei saperi è presupposto essenziale della persistenza della camera stagna del dogmatismo).

I cani raccontano molto di noi. Sono uno specchio della nostra anima, che ci sta impietosamente di fronte. Bisogna avere il coraggio di guardarci dentro. Perché questo rispecchiamento può essere trasformato in una forza per stare meglio e per far vivere meglio chi ci sta attorno.

Dopo l’aggressione, Titti aveva paura di tutti i cani sconosciuti che incontrava, e tendeva a cercare subito una via di fuga. Se messa alle strette, si dava allo scaccio a vista. Così abbiamo dovuto iniziare da capo la socializzazione. Ma non ci sono stati grandi risultati fino al momento in cui non ho capito che le sue reazioni dipendevano in gran parte da me, che a mia volta non ero più tranquilla come un tempo quando vedevo avvicinarsi un cane sconosciuto (e forse non lo sarò mai del tutto, ma molto si può sempre migliorare). Quindi dovevo lavorare sulle mie paure, prima che sulle sue, fare leva sul mio auto controllo. Adesso alla fuga preferisce l’aggiramento e l’avvicinamento graduale. Finché non è certa di potersi fidare. Allora fa amicizia.

Al guinzaglio invece è tutto molto diverso: si sfinano gli spazi, si annullano le possibili vie di fuga, si riduce la libertà di movimento, si alza la reattività, si allungano i tempi d’interazione. Ma per me non è poi così necessario far interagire i cani al guinzaglio quando ci sono mille occasioni per dar loro più ampia libertà di scelta, senza forzature o possibili esperienze negative che potrebbero influenzare i risultati ottenuti.

Quando Titti corre o lavora con me la sua sicurezza aumenta in modo esponenziale, perché le energie sono canalizzate in quello che sta facendo, e la sua attenzione (come la mia) è concentrata altrove, lontano dalla paura. Il movimento fisico è fondamentale nel percorso di crescita e di riappropriazione di sé di un essere vivente. Del resto anche io quando corro mi sento Forrest Gump, e quando incontro gli amici di un tempo, invece che vomitare, passo oltre, sorrido e penso positively:  Yes, I wish that for just one time you could stand inside my [running] shoes / You’d know what a drag it is to see you.

Nel tempo abbiamo fatto passi enormi, collezionato tante piccole vittorie e stretto tante nuove amicizie fidate. Ma forse non sarà più come prima. In fondo nessuna creatura vive soltanto nel presente. A parte quelle specie di farfalle che vivono un giorno soltanto. Anche se i cani non rimuginano sulle loro esperienze pregresse, ne sono la somma: se le portano tutte scritte sul corpo e nella mente. Quindi non c’è niente di facile nel rapportarsi con un animale, come non c’è niente di facile nei rapporti interpersonali. Niente si cancella con un colpo di spugna e nessuno è una tabula rasa dove scrivere qualsiasi cosa a piacimento. Che la sua tempra sia d’acciaio o di pongo non fa differenza.

C’è chi si piglia il molosso pensando che abbia le spalle forti e invece la tua tempra e la sua reattività sono direttamente proporzionali a una sensibilità su cui tutto si imprime a fuoco. Non è detto che non sia più facile rovinare un cane di grande temperamento. Ma conosco anche gente che ha preso dal canile setter vivaci e aperti alla vita, che a furia di dormire sul divano sono diventati apatici e rassegnati, o a furia di puntare piccioni in piazza sono diventati isterici e aggressivi. C’è chi è riuscito a trasformare in una belva anche un pointer. Ma loro sono convinti di averli salvati.

C’è chi si piglia il doberman e magari gli taglia pure le orecchie per farlo sembrare più cattivo, e poi si ritrova un grosso pinscher, appiccicoso, ipersensibile e nevrile, e scopre che è nero solo perché è una carta carbone dei suoi stati d’animo.

Perciò, pur essendo contraria agli psicofarmaci anche in umana quando non ci sia rischio di suicidio, nel caso stiate pensando di dare la fluoxetina al vostro cane, correte a farvi una dose massiccia di prozac. Vedrete che il cane inizia già a calmarsi. Se poi gli date degli stimoli e vi mettete a lavorare con lui, forse non avrete più bisogno del prozac neanche voi.