Oggi in pausa pranzo era primavera, ma pure adesso, infatti mi brucia il culo sulla sedia e vorrei uscire di nuovo. Stavo per attraversare con Titti il grande viale di foglie rosse incendiato dal sole per tornare verso il centro e poi a casa. Voltandomi verso sinistra, sulla corsia a noi più vicina, ho visto un motociclista che arrivava a tutta velocità. Avremmo avuto tutto il tempo di passare, ma quando sono con i cani le distanze di sicurezza si quintuplicano. Tanto non avevo fretta. Ero certa che trenta secondi risparmiati a un attraversamento non avrebbero salvato il mondo. E non avevo granché voglia di tornare a casa. Poi però ho visto che a destra, nella corsia di fronte, un tizio aveva fermato la portaerei per farci passare. Brutto, paonazzo, trasfigurato dalla rabbia, a braccio teso e palmo spianato col pollice in alto, indicava con gesto nervoso la strada davanti a sé, imprecando: “che cazzo fai! Sveglia idiota”, ecc. Non era poi tanto più bello degli automobilisti che, quando vedono un pedone in procinto di attraversare, bestemmiano, pigiano sull’acceleratore e proseguono.

Per fargli un dispetto, ho aspettato sul ciglio della strada che passasse il motociclista. Così almeno abbiamo fatto contento qualcuno: sorridente, ebbro di velocità, il tipo ci è sfrecciato davanti, senza essere costretto a frenare per non finire in galera.

Il tipo alla guida della portaerei è ripartito sgommando e insultando, indignato per non aver ricevuto nemmeno un grazie o un saluto in cambio della sua cortesia e solidarietà.

È buffa questa nostra società, che costringe la gente a sembrare buona e solidale, quando il prossimo lo vorrebbero stirare sull’asfalto. Dove i buoni e i gentili schiumano odio e rabbia sui cattivi, augurando loro la morte tra mille tormenti. Dove t’indigni per un incendio in Patagonia mentre il tuo potos muore d’inedia in salotto. Chissà che chi non conta un cazzo – come un po’ tutti noi indignati non pagati – non faccia meglio a cercare di salvare le sue piante d’appartamento, aiutare i suoi amici, amare i suoi cari, salutare gli abitanti del suo quartiere, piuttosto che salvare il mondo sui social. Anche se costa più tempo e fatica che fare un post, e nessuno lo viene a sapere.

Per effetto del paradosso, mentre tornavamo a casa mi è venuto un pensiero eretico, invece dei pensierini sotto la doccia o delle riflessioni in ciabatte che pubblico di solito qui. Ho pensato che nella vita ho un solo grande rimpianto: quello di non aver fatto fare i cuccioli a Titti. Nell’immaginario popolare, un pensiero simile rientra nella black list, alla voce “cucciolate ad cazzum”, una delle più alte in graduatoria.

Però alla fin fine i frutti della cucciolata ad cazzum sarebbero stati uno o due, e avrebbero avuto sicuramente casa, cioè me. Non perché i cani piccoli rischino di non trovare adozione. Ma perché non avrei mai voluto che finissero dentro una borsetta o una tutina con le gambette. Quindi non sarebbero andati a ingrossare le fila dei chihuahua randagi.

A volte bisognerebbe lasciare agli altri le cose buone e giuste, tanto non sarai mai santo e infallibile come loro. Farti un po’ del bene. Invece il momento giusto è passato tra tanti pregiudizi e condizionamenti, e per la paura che qualcosa potesse andare storto, cosa che non mi sarei mai potuta perdonare. Così ho lasciato stare e si è fatto tardi.

Il vantaggio del cane con pedigree è che puoi rintracciare la sua linea di sangue. Non troverai mai un cane uguale al tuo, ma potrai sperare di riconoscere un’espressione, una peculiarità, un particolare anatomico, un atteggiamento familiare nei suoi consanguinei.

I meticci d’incerta provenienza invece sono pezzi unici, capolavori irripetibili di cui si è perso lo stampino. Hanno ognuno uno sguardo di cui non ritroverai traccia da nessuna parte. Forse.

Se Titti dovesse andarsene prima di me, so che non ci sarebbe più un altro cane. Titti è frutto di una cucciolata ad cazzum: cuccioli vivaci ed equilibrati, cresciuti in casa con cura, amore e controlli sanitari. Ed è il cane più sano che abbia mai incontrato, più di tanti cani d’allevamento esito di cucciolate fatte ad minchiam, per distinguerle da quelle dette ad cazzum perché prive di pedigree.

Vivo sola da quando avevo diciotto anni, ma per prendere un cane ho aspettato di lavorare a casa tutto il giorno: diciassette anni, che sommati ai diciotto prima fanno trentacinque anni di solitudine. Quindi per spirito di rinuncia e abnegazione ero già in odore di beatificazione quasi come voi che andate in canile.

Il primo cane, quando arriva dopo una vita di attesa, cioè quando sai cosa significa, è come il primo amore. E chissà se è possibile ritrovare l’intensità di quel primo amore. Forse neppure con la famigerata cucciolata ad cazzum. Quindi amen. Un rimpianto bisognerà pure averlo. E poi Titti quando dico che vorrei dei nipotini topini mi guarda malissimo. Come quando penso che un giorno potrebbe non esserci più.

Quindi lavoriamo.